Un passo avanti e due indietro! E’ quello che penso, sempre, quando atterro a Palermo. Quando percorro quelle decine di chilometri che separano l’aeroporto dalla sua città. Un mondo a parte, la Sicilia, tanto isolata dall’Italia, quanto unita all’Africa.

Perché è da quella parte che guardano i suoi monumenti, le sue chiese e la sua gente. Palermo, Marsala, Agrigento, Siracusa, Catania e Messina sono la cornice irregolare dentro la quale si specchiano duemila anni di storie diverse, ognuna delle quali ha lasciato il suo colore, più o meno fresco, più o meno consumato.

E c’è il colore che hanno lasciato a Selinunte, città in perenne lotta con Cartagine, con quel profumo di ulivi ammaestrati a non turbare il riposo di enormi colonne adagiate sul terreno, come se volessero proteggere il ricordo di un glorioso passato.

E c’è il colore dell’ellenismo di Solunto, che con disinvoltura fondeva e rifondeva l’arte greca con quella fenicia. Di quella mescita rimane la casa di Leda, per la quale Zeus perse completamente la testa al punto da trasformarsi in cigno. Oggi, in quella casa c’è il mosaico di un astrolabio raffigurante il globo terrestre circondato dalle sfere celesti, e un cane che ti accompagna per le vie della città antica: impedisce ai turisti di sbagliare strada e li abbandona alla fine del viaggio, quando tra la Terra e la costellazione di Orione si sdraia per riposare.

E c’è il colore della dominazione romana nella durezza di quei ragazzini nerboruti della spiaggia di Mondello, inchinata al Monte Pellegrino, dove il cartaginese Amilcare, padre di Annibale, invano cercò di cacciare i siciliani, nel bel mezzo delle infinite guerre puniche.

E c’è il colore giallo di Guntemondo, celeberrimo vandalo teutonico che sbarcò sull’isola depredandola in lungo e largo, a Palermo, quando fa sera e i suoi viali profumano di seppia. Il suo disprezzo per la bellezza l’ho visto nel volto di una mamma che domenica mattina si fermava nel pieno centro della città a scaricare sacchi di rifiuti ingombranti.

E c’è il colore della dominazione romana nella durezza di quei ragazzini nerboruti della spiaggia di Mondello

E c’è il colore dell’Islam, e lo trovi nei vicoli di Mazara del Vallo, nella fierezza dei suoi cittadini, nell’incastro delle sue abitazioni, come se ancora avessero paura di quell’827, quando i musulmanisbarcarono in Sicilia.

E c’è il colore della Normandia, nella chiesa di San Giovanni degli Eremiti, dove l’Islam sconfitto e in fuga dall’isola doveva aspettare settecento anni per ritornare alla vita, grazie alle cupole del tutto islamiche disegnate da Giuseppe Patricolo, al quale si deve il disseppellimento di gran parte del patrimonio culturale siciliano.

E c’è l’odore dei vespri siciliani, quella rivolta dei contadini contro la Mala Segnoria degli Angiò, che nella sua Divina Commedia, dopo avere imparato a fare poesia dai poeti della scuola siciliana, Dante ficcò inesorabilmente all’Inferno.

E c’è il colore del Regno di Sicilia, della nobiltà che trasformò l’isola in giardino d’Europa per poi pian piano restituirlo ai mille garibaldini che sbarcarono a Marsala, ma già con Anzio in testa.

E c’è il colore dell’inchiostro di Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia e Salvatore Quasimodo, che dipinsero tutti quegli spazi lasciati liberi tra Palermo, Marsala, Agrigento, Siracusa, Catania e, appunto, Messina.

E c’è il colore dei sicililiani tra carretti, martorana, scarpe, cappelli, cassette di legno colorate, pupi siciliani.

Vi mostro alcune foto di Fabio Cavasenna